Adolescenza: introdurre dosi massicce di futuro

Adolescenza: introdurre dosi massicce di futuro

Riforma racconta i temi del convegno «Ultracorpi» organizzato da Servizi Educativi

Riportiamo l'articolo realizzato da Sara Tourn e Claudio Geymonat per Riforma sul convegno organizzato da Servizi Educativi - Diaconia Valdese in occasione della giornata internazionale dell'infanzia e dell'adolescenza.

Una giornata intensa di approfondimento, con circa settanta persone collegate da tutta Italia, oltre a quelle presenti nell’Auditorium Innovation Center di Firenze per il seminario organizzato lo scorso giovedì 20 novembre dalla Diaconia valdese – Servizi Educativi, «Ultracorpi. Le trasformazioni del corpo in adolescenza».

Come ha ricordato il presidente della Commissione Sinodale per la Diaconia, Daniele Massa, in apertura, si tratta di una tappa di un lungo percorso che vede la Diaconia valdese impegnata sui temi dell’educazione nel contesto della società attuale, fra social media, realtà digitale, crisi della genitorialità. (Venerdì 19 dicembre 2025 si terrà sempre a Firenze il convegno "Per una genitorialità consapevole" presso la sala conferenze dell’Infopoint, in piazza Stazione, 4/A per continuare a ragionare su questi temi) .

Alcuni concetti chiave che sono ritornati nei numerosi interventi, di grande spessore e competenza, molto coinvolgenti anche per un pubblico non specialistico: dualismo e unità, percezione e sguardo degli altri, performance, relazioni, angoscia.

Il tema del dualismo tra corpo e mente/anima è stato richiamato più volte, a partire dall’intervento iniziale della pastora, teologa e bioeticista Ilenya Goss, che ha parlato di un «corpo abitato, né idolo né prigione», ripercorrendo alcuni passaggi della storia della filosofia e del cristianesimo, ma anche della medicina, nella cultura occidentale. Diversamente dalle passate generazioni, ha osservato Goss, oggi il corpo viene costruito, anche in termini di immagine, e sottoposto quasi costantemente agli sguardi degli altri. A questi concetti si collega quello della percezione di sé, che in misura sempre maggiore, amplificata dai social, è condizionata dallo sguardo degli altri.
I rischi di una scissione fra corpo e “spirito” (nell’accezione più ampia) sono evidenti, noi non “abbiamo” un corpo, ma “siamo” un corpo, ha osservato Goss: un’etica della cura deve uscire da queste dinamiche, superare questa concezione dualistica: «Il condizionamento culturale nella percezione del corpo richiede attenzione da parte delle agenzie educative, a partire dalle chiese».
Il nostro modo di percepire il corpo oggi è frutto di questa storia, e della reiterazione di modelli che finiscono per creare una norma, una media, un concetto di “bello”, che dà origine a una serie di pretese e aspettative vincolanti. Se il corpo non corrisponde a questi canoni, provoca giudizi e atti di rifiuto (di sé o di altri). Diventa nemico, non più veicolo della propria identità.
La società di oggi, dice Goss, non è quella che i sociologi si aspettavano qualche decennio fa, anche in termini religiosi. La globalizzazione e l’intreccio con le culture hanno portato alla convivenza di messaggi non coerenti: pensiamo alle “seconde generazioni” che vivono a cavallo tra culture e canoni spesso inconciliabili.
Noi siamo essenzialmente relazione, a partire da quella tra mente e corpo, tra noi e gli altri, tra noi e Dio, questo va recuperato e rimesso al centro: è fondamentale per costruire nuove piste educative, ha detto Goss. Il problema, come poi emerso da diversi interventi, è che oggi buona parte delle relazioni si gioca in termini narcisistici e in un contesto di iper-performatività. 

In tale contesto, il “ritiro sociale” (il fenomeno hikikomori, per intenderci) ben illustrato da Matteo Zanon, psicoterapeuta della coop. L’Aquilone di Varese diventa una strategia di sopravvivenza, una forma di auto-protezione e auto-conservazione. Potremmo quasi dire che il vero problema non è il ritiro sociale, ma ciò che lo causa.
Il corpo ritirato non scompare, dice Zanon, ma assolve alla sua funzione attraverso la negazione: è un nuovo linguaggio che ci spinge a interrogarci, come adulti e come educatori, per esempio sulla pressione imposta sugli adolescenti. I genitori chiedono che i figli “tornino a funzionare”, ma non è questa l’ottica giusta.
I ragazzi “ritirati” sono fragili e sofferenti, sì, ma anche riflessivi, capaci e intelligenti, ha osservato Zanon: il ritiro è un modo per comunicare la fatica di vivere in questo mondo, è una protesta anche sociale. L’obiettivo quindi non è semplicemente “riportarli fuori”, ma capire i loro linguaggi e il loro mondo, «generare spazi di riemersione»: i videogames, i fumetti hanno un ruolo comunicativo e sociale importante, da qui l’idea di usare questi linguaggi come cura. Nasce così la videogames therapy, che dà loro modo di esprimersi e interagire a partire dalle loro passioni, ed è un modo anche per aiutarli a costruire il loro futuro.

La realtà vissuta nei videogiochi, come sui social, ha ricordato poi l’intervento successivo di Francesco Bocci, psicoterapeuta di Brescia, amplia moltissimo il concetto di esperienza, ma non dobbiamo pensare a due realtà (fisica e virtuale) separate nettamente: entrambe sono basate su simboli, cruciale capirne e veicolarne i significati. Occorre capire che anche quella “virtuale” è una presenza, creatrice di senso e di relazioni.
Parlare di avatar, “embodyment”, corpo digitale vuol dire parlare di un vissuto che va oltre la fisicità, pur ricordando, come ha fatto Bocci, che anche durante l’esperienza del videogame il corpo fisico viene sollecitato e partecipa in modo non marginale (a livello cardiaco, sanguigno, energetico, muscolare ecc.). Il terapeuta che guida l’esperienza attraverso il videogioco può osservare, per esempio, miglioramenti nell’autostima, nella risoluzione dei problemi, nell’elaborazione di progetti di vita, nella riduzione di sintomi psicotici. I risultati della videogame therapy si vedono, anche se non è un percorso né facile né rapido, anche per lo scetticismo di molti genitori.
Il fulcro di questo processo è un interrogativo rivolto a tutti: quale società vogliamo, quale società vogliono questi ragazzi. Già rispondere onestamente a questa domanda sarebbe un passo avanti.

Ma qui entra in gioco il problema forse più grosso, cioè… gli adulti. Impegnati a immortalare recite e feste di compleanno dei pargoli e poi affannati a vietare agli adolescenti l’uso degli smartphone a scuola (è dibattito di questi giorni), questo lo scenario schizofrenico rievocato efficacemente (e non senza humour) da Matteo Lancini, psicoterapeuta della Fondazione Minotauro, Milano, che ha parlato di «pornografizzazione delle emozioni» e della «dissociazione degli adulti».
Abbiamo creato una società in cui non si può stare senza dispositivi e social, li facciamo vivere immersi in quel mondo fin dalla nascita, e poi pensiamo di poter loro vietare il mezzo con cui si connettono con il mondo. Ma gli errori degli adulti non finiscono qui. Un altro madornale sbaglio, secondo Lancini, insieme a quello di dare loro ascolto e attenzione solo apparenti, è quello di soffocare in loro l’espressione delle emozioni “negative” come rabbia, tristezza, frustrazione.
Se consideriamo il mondo in cui li costringiamo a vivere (fra guerre, devastazione ambientale, individualismo estremo, violenza di genere irrisolte…) non possiamo poi stupirci che i ragazzi stiano male, che siano dominati da quella che noi chiamiamo ansia, ma che, dice Lancini, è una vera e propria angoscia. I più giovani stanno cercando di ricordarci dell’esistenza di cose che noi abbiamo rimosso: dobbiamo ascoltarli, senza per forza avere una soluzione ai loro (e nostri) mali.

Il tema dell’angoscia è stato ripreso anche dall’intervento successivo di Davide Fant, pedagogista di Milano, dedicato alla risposta educativa a questa sofferenza, che ha sottolineato l’importanza del rallentare, del creare spazi sicuri. Come adulti ed educatori, ha detto, dobbiamo diventare «architetti di zone di fuga». Stiamo arrivando al burnout generale, i ragazzi ci hanno mostrato la follia del “progresso” che tutto ha fatto meno che farci stare meglio. Il loro “sottrarsi al mondo”, di cui tanto si è parlato in questa giornata, è un (saggio, verrebbe da dire) mettersi al riparo dal rumore onnipresente, dall’esposizione perenne della propria immagine, dall’ambiente inquinato e nocivo, dalla prestazione a tutti i costi, alla ricerca di un senso superiore. 
E questo senso può venire proprio da loro, conclude Fant, citando esperienze dirette: sorprendentemente, non li attira (e non li attiva) più il concetto “fallo per te”, ma piuttosto il “fallo per gli altri”, per la comunità, per il mondo… sono pronti a fare cose che hanno un senso, iniziative per l’ambiente, aiutare nei compiti i bambini disabili o stranieri.
Di angoscia ha parlato molto anche Antonio Piotti, psicoterapeuta, Fondazione Minotauro, Milano, affrontando il tema del suicidio, che contrariamente al passato non avviene più come scontro edipico con l’autorità, ma deriva spesso dalla mancanza di riconoscimento, dalla vergogna, dal senso di inadeguatezza e, ça va sans dire, anche in questo caso i social fanno la parte del leone. 
Sono spesso giovani brillanti e in gamba, sopraffatti dal fallimento o dal rifiuto, che si trovano di fronte all’intollerabile, «all’angoscia allo stato puro, al terrificante», di fronte al quale sono possibili diverse reazioni: i tagli sul corpo, il ritiro sociale, fino al suicidio, che però è l’ultima ratio e, contro quello che potremmo aspettarci, non esibito ma simulato dietro incidenti (moto, auto, overdose).
Secondo Piotti una delle cause di questa situazione è che è venuta meno una certa funzione “materna” (che coinvolge madre e padre, beninteso), che ha a che fare con la cura verso la fragilità, l’accudimento, a favore, ancora una volta, dell’efficienza e della performatività (vedasi corsi di lingue, sport, ecc…)
Come si reagisce all’angoscia? «Togliendo di mezzo la causa (non esco di casa); sviluppando un sintomo; parlandone e dandole senso attraverso il linguaggio; scaricandone la violenza su qualcun altro (aggredisco l’altro per salvare me stesso: ricordiamoci che questo meccanismo psicanalitico è alla base della guerra!)».
Per molti di questi ragazzi la vita (propria e altrui) è inutile: morire o uccidere non ha importanza. Manca totalmente una percezione etica, c’è indifferenza. «Sono pronti per fare la guerra», ammette Piotti, dopo una pausa carica di significato. E infine, è importante riportarli a sentire un senso nelle cose, nel mondo: «Smettiamo di introdurre disperazione nelle loro vite: bisogna mostrare che per l’umanità ci sono possibilità, bisogna insomma introdurre in loro dosi massicce di futuro».

Nell’intervento di Giulia Leto, psicoterapeuta di Montecatini Terme, dedicato all’affettività e sessualità, è confluita buona parte dei temi toccati dagli interventi precedenti: la relazione, la dinamica mente-corpo, lo sguardo degli altri, le aspettative, la vergogna, la società iper-performante e iper-controllata, le emozioni messe a tacere. 
Assistiamo a diversi fenomeni di precocizzazione che si combinano in un mix fatale: l’anticipazione della pubertà registrata negli ultimi decenni, l’erotizzazione dei bambini, la scoperta “visiva” della sessualità con le nuove tecnologie che precede l’esperienza diretta e spesso la “brucia”. Su quest’ultima in particolare riflette Leto, descrivendo le conseguenze in termini di (mancato) incontro e relazione con l’altra/o, di distorsioni percettive ed emotive (considerando che lo strumento primario di “formazione” è il porno). Si apre un baratro tra finzione vs realtà, aspettative vs realizzazione, violenza vs tenerezza, prestazione vs relazione, immagine vs corporeità…
Viene a mancare tutta una parte di scoperta, sorpresa e meraviglia, spesso tutto si risolve, ancora una volta, in termini di performance, di realizzazione di sé attraverso il successo e la visibilità… e risulta evidente da quanto detto, anche nelle relazioni precedenti, quanto siano traumatiche esperienze come il fallimento e la perdita. Poi si assiste al paradosso delle coppie di adolescenti (e sono tante!) che passano le serate con una tazza di tisana a guardare la tv sul divano dei genitori dell’uno o dell’altro («così mamma è più tranquilla»), il sesso “appeso al chiodo”…

Per certo aspetti legato al precedente, il tema trattato da Francesca Denoth, nutrizionista, Consiglio Nazionale di Ricerche di Pisa, l’ossessione per il fitness, rimette al centro (ed estremizza) le dinamiche della performance, della visibilità, dell’intreccio tra corpo fisico e corpo virtuale. Anche in questo caso la precocizzazione, che riguarda il ricorso alla chirurgia estetica, è un aspetto centrale: «i ragazzi sviluppano la loro immagine e identità all’interno di ecosistemi digitali», ha detto, dominati da algoritmi che cambiano continuamente: risultato, saremo sempre inadeguati agli standard! Denoth ha messo in guardia dalla vera e propria “infodemia” di tutorial su esercizi, diete miracolose, challenge, soprattutto su TikTok, che tocca il tema della salute, perché veicola informazioni errate e fuorvianti.
In questo ambito, come nei precedenti, sono fondamentali percorsi di formazione, di consapevolezza, trasmissione di modelli corporei realistici, «nell’idea che salute non è assenza di malattia ma benessere psicofisico».

E con questo si chiude esattamente il cerchio, tornando all’inizio, al legame (che dovremmo considerare inscindibile) tra corpo e mente…

24 novembre 2025, Sara Tourn e Claudio Geymonat