«Ferretti», tutto un mondo dietro un nome
Riforma in visita al nostro centro diurno per minori a Firenze
Condividamo l'articolo scritto per Riforma da Sara Tourn, in visita a inizio marzo presso il nostro Centro Diurno Il Ferretti, a Firenze.
Vista da fuori, la candida palazzina d’angolo di via Silvio Pellico 2 a Firenze non sembra racchiudere una storia così ricca. Ma varcata la porta, con pochi indizi sul campanello, ci si trova immersi in un’atmosfera che profuma di storia. Saranno le architetture d’altri tempi, saranno le voci giovani da dietro le porte chiuse e dai piani superiori, ma ecco che sembrano materializzarsi davanti a noi ottant’anni di storia; anzi, di più, se calcoliamo tutto ciò che è nato sotto il nome di “Istituto Ferretti”, dagli anni ’60 dell’800.
Centinaia di bambine accolte, orfane o abbandonate, figlie di evangelici, a partire da un primo nucleo pionieristico nella Londra dove Salvatore Ferretti (figura centrale dell’evangelismo risvegliato ottocentesco) era esule, e poi in vari edifici fiorentini, e infine, dal 1978, quando il “Ferretti” diventa centro diurno, in questo edificio, sono accolti i minori con disagi sociali, anche in età prescolare, a prescindere dalla confessione religiosa.
Una missione che continua ancora oggi, nei due piani arredati con colori vivaci dai giovani occupanti, divisi in tre gruppi a seconda dell’età e della presenza di disabilità, dai 7 ai 18 anni, prolungati fino a 21 grazie a progetti su misura per ciascuno.
Qui mangiano nella mensa attrezzata, fanno i compiti, musicoterapia (guidati da Giacomo Downie, che segue anche i giovani del «Gould» e gli anziani al «Gignoro», gli altri istituti della Diaconia valdese a Firenze), momenti di relax e giochi nel prezioso cortile interno; tutto l’anno, tranne che in agosto, dalle 12 alle 19 d’inverno, dalle 9 alle 16 d’estate. Uno spazio protetto, “controllato” quanto basta perché ragazze e ragazzi si sentano sicuri e liberi di esprimersi.
Sei gli educatori, in buona parte “storici” del «Ferretti», come Francesca Gentilotti, coordinatrice del centro, che mi accompagna nella visita insieme a Gianluca Palmieri, responsabile del Servizio di Counseling che ha sede nella medesima struttura, in stretta collaborazione con servizi sociali e Asl (specie nei casi di disabilità), che segnalano i bambini e i ragazzi da inserire nella struttura e con cui viene strutturato il percorso.
Con Valentina Pagana visito invece l’«Attico 21», all’ultimo piano, che sta per festeggiare il suo primo anno di vita. Un vero alloggio, arredato con gusto, moderno e funzionale: cucina, soggiorno, 4 camere per (attualmente) sei ragazzi e ragazze tra i 16 e i 21 anni, italiani (anche figli di stranieri); alcuni studiano, altri lavorano, altri ancora fanno entrambe le cose.
Sono qui tramite i servizi sociali, ma per loro scelta, dopo aver visitato la struttura e incontrato gli educatori; alcuni arrivano da comunità alloggio, altri da famiglie problematiche.
Questa è un’opportunità importante, mi spiegano le educatrici, una via di mezzo tra la comunità e la vita autonoma che, si spera, riusciranno a costruirsi. Un primo assaggio di indipendenza, con la responsabilità di gestire la casa (che, tra parentesi, è ordinata e lucida come uno specchio!), seppur accompagnati dalle cinque educatrici.
Un progetto all’avanguardia, che non a caso ha una lista d’attesa lunghissima, da tutta la Regione, spiega Valentina, perché di strutture come questa praticamente non ne esistono e, se non ci fosse il sostegno economico della Fondazione Cassa di Risparmio, non ci sarebbe nemmeno questa.
I costi economici sono alti ma, vedendo la bellezza di questa piccola struttura e l’impegno di chi ci vive e ci lavora, i costi sociali di un “risparmio” sarebbero di certo più alti.




