Rapporto Oxfam sulle povertà: il commento del Segretario Esecutivo al NEV

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Rapporto Oxfam sulle povertà: il commento del Segretario Esecutivo al NEV

A pochi giorni dal Convegno nazionale della Diaconia sull'inclusione del 23 gennaio, dedicato a diseguaglianza, accoglienza e inclusione, Il NEV - Notizie evangeliche ha intervistato il Segretario Esecutivo della Diaconia Valdese, Gianluca Barbanotti, per un commento sui dati sulla povertà del rapporto annuale Oxfam Italia in vista del World Economic Forum di Davos. 
Ecco l'articolo:

Disuguaglianze, rapporto Oxfam: ricchi sempre più ricchi
Il commento di Gianluca Barbanotti, segretario esecutivo della Diaconia valdese, ai dati del rapporto Oxfam, in vista del convegno "Oltre le parole", proprio su questi temi, inclusione e diseguaglianze, in programma giovedì 23 gennaio a Roma

Roma (NEV), 20 gennaio 2020 – Un paese immobile, senza alcun ascensore sociale. Un pianeta in cui 2153 persone possiedono un patrimonio di 2.019 miliardi, una ricchezza superiore a quella complessiva di 4,6 miliardi di persone, circa il 60 per cento della popolazione mondiale.

È stato pubblicato da Oxfam l’annuale rapporto verso il vertice del World Economic Forum che si aprirà domani, 21 gennaio, a Davos, in Svizzera.

Abbiamo chiesto un commento a Gianluca Barbanotti, segretario esecutivo della Diaconia valdese, in vista del convegno “Oltre le parole”, proprio su questi temi, inclusione e diseguaglianze, in programma giovedì 23 gennaio a Roma.

I dati dimostrano una crescente sperequazione. Quali sono le cause e soprattutto quali gli effetti?

La diaconia valdese per sua essenza è votata a lavorare sulla riduzione delle disuguaglianze che si manifestano in molti modi, non sono solo di tipo economico ma anche nell’accesso ai diritti, alla sanità, all’istruzione, di accesso a internet, tutti elementi che dividono la popolazione. Questo è il panorama delle diseguaglianze. Certamente quella economica, come dimostra per l’ennesima volta il report Oxfam, è un fenomeno che si è accentuato anche nelle società a welfare avanzato come in quelle europee, e dagli anni ’80 c’è stata una inversione netta nella redistribuzione tra i ricchissimi e il resto della popolazione. In  Italia notiamo sicuramente il riapparire di una classe povera composta anche da lavoratori, una nuova categoria di persone che sono povere nonostante abbiano un’occupazione.

Cosa si può fare? Occorrerebbe di sicuro una serie di interventi pubblici per ridurre le differenze, e sono certamente una patrimoniale e una tassa sulle successioni – vent’anni fa erano dell’85 per cento e ora sono quasi scomparse.

Così come andrebbero rivisti i margini di tassazione sui profitti per le imprese: sembra una battaglia contro i mulini a vento, ricordiamo però che è una dimensione culturale che dobbiamo recuperare. Le grandi aziende storicamente non hanno come unica mission quella di fare utili, bisogna recuperare la responsabilità sociale d’impresa come necessità anche per prevenire conflitti. Aggiungendo una sensibilità ecologica che forse è mancata in passato.

Il programma del convegno della Diaconia
In Italia il 10% più ricco della popolazione italiana (in termini patrimoniali) possiede oggi oltre 6 volte la ricchezza della metà più povera della popolazione. Cosa non funziona?

Il quadro europeo accomuna anche l’Italia, molte dinamiche sono simili in tutto il vecchio continente. Quello che forse possiamo segnalare è che nel nostro paese il peso della disuguaglianza si sente maggiormente perché gli ascensori sociali sono bloccati, andando a ledere il principio di eguaglianza sostanziale, consacrato nel secondo comma dell’articolo 3 della Costituzione.

La mobilità sociale, appunto, non funziona. Oltre il 30% degli occupati giovani guadagna oggi meno di 800 euro lordi al mese. Il 13% degli under 29 italiani versa in condizione di povertà lavorativa. Una misura per i giovani quale potrebbe essere?

Per migliorare la condizione dei giovani una proposta utile era quella del Forum delle disuguaglianze e diversità, una dote sociale al compimento del 18^ anno di età, un piccolo patrimonio sul quale costruire la propria storia sociale. Si tratterebbe di un provvedimento che ha delle sue complessità, e che tuttavia darebbe un segnale in senso redistributivo, sarebbe cioè un primo, piccolo, modo per risarcire i giovani rispetto alle opportunità che non hanno. E poi bisognerebbe investire in scuola e formazione, potenziare i corsi di inserimento, un settore nel quale siamo molto impegnati come Diaconia valdese, ed è proprio in questo senso che lavoriamo molto per implementare il servizio civile universale, ad esempio.

Tutte le donne del continente africano messe insieme hanno più o meno la ricchezza dei 22 uomini più ricchi del mondo. Che ne pensa?

All’interno delle disuguaglianze che sono tutte con evidenza ‘di classe’, più legate al censo e all’appartenenza, esistono poi delle sotto-categorie, uomini e donne, cittadini e non cittadini, disabili e non, che hanno opportunità ancora più diversificate. Opportunità che discriminano, purtroppo. Ed è chiaro anche per noi come quella di genere non sia per nulla una battaglia finita, siamo in un paese in cui le più alte cariche dello Stato e delle istituzioni sono quasi sempre uomini, il tutto condito da una cultura maschilista che permane…

Lavoro domestico e lavoro di cura sono un altro focus del rapporto Oxfam. Si stima che a livello globale le donne impieghino 12,5 miliardi di ore in lavoro di cura non retribuito ogni giorno. Cosa si può fare su questo fronte?

Credo non vi sia da parte della politica una percezione della centralità che avranno nei prossimi decenni questi lavori. Va detto che le badanti regolari sono 800-900 mila persone in Italia, un’azienda enorme, seconda forse solo dopo la pubblica istruzione. Su questo bisognerebbe fare dei ragionamenti su diversi piani. In primis, e ne siamo diretti testimoni con il nostro impegno come diaconia nel nostro lavoro con le persone anziane, si potrebbe ridurre il lavoro di cura al minimo, rendere le persone autosufficienti il più possibile. Per realizzare questo obiettivo servirebbe una strutturazione sociale differente, per far sì che ad esempio i malati di Alzheimer possano rimanere a vivere fuori dagli ospedali, con una cultura di maggiore accettazione dell’altro, delle fragilità.

Un secondo passaggio rispetto al lavoro domestico e di cura prevede un approccio realistico alle politiche migratorie: può anche non piacerci ma saranno gli stranieri che si occuperanno degli anziani, italiani e non. Questo vuol dire che dobbiamo preparare le persone a fare questo lavoro nel modo più dignitoso e tutelato possibile. Sono lavori che gli italiani fanno fatica a fare, bisogna dire la verità, e questo fenomeno lo vediamo anche noi nelle case di riposo. E’ chiaro infine che la caratterizzazione femminile del lavoro nelle case, nell’assistenza ai malati e agli anziani, è un altro stereotipo che dovrà essere culturalmente superato.