Disegno di legge per caregiver familiari: dov'è la tutela di chi assiste?
La posizione della Diaconia Valdese
Nel quadro del proprio impegno a favore delle persone non autosufficienti, dei loro nuclei familiari e di chi lavora quotidianamente nei servizi di cura e assistenza, la Diaconia Valdese interviene sul disegno di legge quadro per i caregiver familiari approvato alla Camera dei deputati e ora all'esame del Senato. L'obiettivo è denunciare i gravi limiti di un provvedimento che, proclamando a parole la tutela di chi assiste, la nega nei fatti.
La legge riconosce formalmente chi assiste una persona non autosufficiente, ma non garantisce nuovi diritti. Servizi essenziali come il sollievo, il sostegno psicologico e le pause dall’assistenza restano a carico delle Regioni, senza risorse aggiuntive e senza essere garantiti in tutto il Paese.
In Italia oltre dodici milioni di persone assistono un familiare non autosufficiente e più di sette milioni lo fanno con continuità. Eppure l’unico aiuto economico previsto — fino a 400 euro al mese dal 2027 — sarà destinato ad appena 50.000 persone. Più del 99 per cento dei caregiver resterà quindi senza un sostegno concreto.
Anche i requisiti sono proibitivi: occorre convivere con la persona assistita, garantire almeno 91 ore di cura a settimana e non superare 3.000 euro lordi di guadagno annuo, di fatto appena 250 euro al mese. Inoltre, il tetto Isee di 25.000 euro è solo apparente: l’importo pieno spetta unicamente entro i 15.000 euro, per poi ridursi progressivamente fino ad azzerarsi. Poiché l’indicatore include redditi e patrimoni di tutti i conviventi, persino una pensione modesta rischia di cancellare il sussidio. In pratica, l’aiuto è riservato solo a chi è costretto a rinunciare del tutto al lavoro e vive in una condizione di conclamata indigenza.
A pagare il prezzo più alto sono soprattutto le donne, che rappresentano oltre il 70 per cento di chi assiste a tempo pieno. Invece di aiutare a conciliare cura e lavoro, la norma rischia di spingerle fuori dall’occupazione, aumentando dipendenza economica e povertà pensionistica. Restano inoltre senza tutela molti giovani caregiver, costretti a sacrificare studio e futuro per compensare le carenze dell’assistenza pubblica.
Sul piano etico ed evangelico, nel pensiero della Riforma, prendersi cura del prossimo nasce dalla libertà e dalla risposta alla propria vocazione, mai da un obbligo imposto per legge. Quando assistere un familiare diventa l'unica strada possibile perché mancano i servizi pubblici, non siamo più di fronte a una libera scelta d'amore, ma a una vera e propria servitù imposta dall'abbandono dello Stato. Ciascuna persona ha diritto al proprio lavoro, al riposo e a un progetto di vita autonomo. L'esortazione dell'apostolo Paolo, «Portate i pesi gli uni degli altri», non significa lasciare chi cura da solo a logorarsi tra quattro mura: è un mandato di giustizia che chiama in causa l'intera società. Considerare la famiglia — e quasi sempre le donne — come l'unico e obbligato ammortizzatore sociale significa usare i sentimenti come un alibi per risparmiare sui servizi pubblici, riducendo chi assiste a una risorsa gratuita e a costo zero per la collettività.
La Diaconia Valdese auspica quindi che al Senato ci sia un deciso cambio di rotta.
Servono tutele reali: servizi sociali e sanitari garantiti e coordinati, il diritto al sollievo e a pause programmate, misure che permettano ai caregiver di continuare a lavorare e protezione dei percorsi di studio dei giovani. La cura deve essere una responsabilità condivisa, non una condanna all’isolamento.
19 ottobre 2026, La Commissione Sinodale per la Diaconia




